Essere “un magnifico zero”:

calligrafia e micrografia in Robert Walser

Paola Urbani

 

Dall’ 8 al 10 novembre 2007 è stato organizzato da Anna Fattori, docente di Letteratura tedesca all’Università di Roma Tor Vergata, ben conosciuta dai lettori del “Giardino” perché anche appassionata di gafologia, un convegno internazionale dal titolo: Ascoltare il testo. La parola scritta in Robert Walser

a cui sono stata invitata a partecipare.

Ho accettato con grande piacere: il mio primo ‘incontro’ con Walser risale a un libro pubblicato da Lerici nel 1961: Una cena elegante e da allora non ho smesso di apprezzare la sua prosa soavemente sovversiva, sempre in bilico tra attrazione e rifiuto delle convenzioni.

Fino a un articolo di Anna Fattori del 1993 dal titolo I “microgrammi” di Robert Walser, pubblicato sul n. 85 di “Scrittura”, non avevo però mai visto la grafia di Walser, o meglio, le due grafie di Walser: la calligrafia che egli usava nelle lettere e la micrografia che usava negli appunti personali; “due grafie molto diverse -scrive Fattori- che si stenterebbe a ricondurre entrambe a uno stesso scrivente” .

Sapevo che Walser aveva passato gli ultimi venti anni della sua vita in sanatorio a Herisau con una diagnosi incerta che ruotava intorno alla parola: schizofrenia. Era questo il motivo della diversità delle sue grafie? C’erano in Walser veramente due nature discordanti?

La grafia utilizzata nelle lettere, in verità, mi aveva stupito: da grafologa mi aspettavo, conoscendo l’anticonformismo della prosa di Walser, che egli non seguisse il modello calligrafico.

Nelle lettere, al contrario, come si nota in questa del 1921 

 

Riduzione del 30%

 

conservata nella Biblioteca Centrale di Zurigo e indirizzata a Robert Faesi, Walser utilizza il modello kurrent, un gotico corsivo inclinato che si insegnava da più di cento anni nelle scuole tedesche e che poi, dal 1918 al 1941, verrà sostituito dal più noto modello Sütterlin, dal ductus verticale ma dalla fattura molto simile.

 

 

 

Walser traccia, insomma forme tradizionali, apportandovi di personale solo finezza nel tratto e i tremolii e le piccole ineguaglianze della sua estrema sensibilità. Si attiene, in maniera persino maniacale, alla regola che prevedeva legamenti angolosi, e insieme arricchimenti e svolazzi, la lettera c a forma di una i angolosa, la e a forma di n angolosa, la t barrata in basso, M ed N eseguite con gesto sinistrogiro che presentano occhielli alla base.

Una regola che nelle scritture tedesche a lui contemporanee veniva già ampiamente disattesa. Anche lo spazio preso in modo regolare e abbastanza arioso, il movimento controllato, ci parlano di un carattere che cerca la comunicazione e l’adattamento.

 

Come sappiamo, secondo la grafologia, quando lo scrivente utilizza il modello calligrafico, preferisce seguire le regole, rinunciando ad affermare appieno la sua individualità.

Scrive Klages in Handschrift und Carakter:

Ogni uomo vede la sua esistenza personale coinvolta in una lotta senza fine contro la potenza della routine: la considerazione di ciò che in lui ha avuto la forza di sottomettere la regola ci darà la misura della sua originalità espressiva.

Walser, in tutta evidenza, in questa lettera e in altre che abbiamo osservato,non ‘sottomette’ la regola, ma la segue.

Dovremmo concluderne che la sua personalità era scarsamente originale? Talmente scandalosa appare, in uno scrittore così eccentrico, questa ipotesi, da suggerire alcune riflessioni sui possibili significati dell’utilizzo del modello calligrafico. Comunemente, lo sappiamo, esso traduce la difficoltà a staccarsi dagli insegnamenti ricevuti, il fascino delle regole apprese. Quante volte abbiamo sentito questi scriventi rispondere alla domanda “Perché scrivi in questo modo”, “Perché in questo modo mi è stato insegnato”!

Alla conservazione del modello calligrafico esistono però altre possibili motivazioni. Lo scrivente, a esempio, rifiuta la modernità, rivendica valori passati, legati alla sua infanzia e non più attuali, esprime il proprio dissenso al mondo che cambia. E ancora: come accade per lo stampatello, la calligrafia può essere una maschera, un tentativo di nascondere la propria diversità, utilizzando un travestimento banale.

Quale è stato il caso di Walser? Il fascino che avevano per lui le regole, che si traduceva nel sogno ricorrente di “essere un servitore”, di “lasciar tutto per divenir paggio” è ai suoi lettori ben noto, e si accompagnava certo a una sorta di nostalgia per un mondo di cortesie e cerimonie che andava scomparendo.

Nello stesso tempo, tuttavia, la calligrafia era per Walser una maschera. E come tutte le maschere celava un intento dissacratore. Quest’ultima ipotesi è confermata dall’esistenza della seconda scrittura di Walser: i microgrammi.

Una grafia piccolissima, semplificata, che va a inserirsi negli spazi vuoti lasciati dalla scrittura di altri occupandoli completamente. Qui Walser mostra originalità nella forma, e nell’utilizzo dello spazio note anomale ed eccentriche.

 

 

Quando un grafologo ha la fortuna di osservare sia una lettera scritta a un destinatario, sia degli appunti scritti per sé, riesce ad accedere a un livello di comprensione assai più profondo che se avesse una sola lettera o i soli appunti. Egli si trova infatti di fronte due fotografie dello scrivente quale si mostra agli altri e quale è nella sua “stanza tutta per sé”.

Nel primo caso infatti (scrittura per altri) la scrittura è in parte anche una rappresentazione dettata dalla volontà, la scelta intenzionale di fornire di sé una data immagine, nel secondo caso (scrittura per sé) essa è invece espressione diretta e non intenzionale del carattere. Una differenza tra questi due tipi di scrittura è quindi la norma.

Ma esistono casi estremi.

La scrittura nelle lettere e negli appunti può essere molto simile, o addirittura indistinguibile: allora il controllo che lo scrivente esercita su di sé quando è inseme ad altri è simile a quello che egli esercita su di sé quando è solo, o al contrario la sua spontaneità nei rapporti interpersonali è completa: sarà il contesto della scrittura a darci la risposta. Una forma superiore di adattamento o rigidità interiore?

Può capitare, invece, di vedere lettere e appunti con grafie molto diverse: probabile difficoltà di adattamento, un mostrarsi in pubblico diversi da come si è in privato. E in Walser la compresenza di due grafie agli antipodi fa pensare di primo acchito che egli portasse alle estreme conseguenze la diversità tra pubblico e privato fino a una forma di lacerazione della personalità. Lo sforzo di adattamento che traspare dalla chiara, posata, scrittura adottata nella corrispondenza lascia infatti posto negli illeggibili microgrammi a chiare tendenze asociali, confermate del resto dalla sua biografia di scrittore indipendente, sempre in difficoltà finanziarie, eppure sempre fedele alla sua personale vena letteraria.

 

Tuttavia… sono così diverse poi queste scritture, o esprimono la stessa visione della vita? Un grafologo che sia anche un osservatore attento, si accorge che calligrafia e microgrammi riflettono, sia pure attraverso modalità e reazioni diverse, una scelta coerente.

In entrambe le scritture, infatti, il rapporto con il sociale è disturbato: in entrambe si esprime un rifiuto di interazione con il mondo. Utilizzando la calligrafia, persino nei suoi aspetti più ridondanti, Walser esprime la sua sottomissione alla regola, nega la sua Eigenart, la sua individualità, ostenta l’obbedienza. Esprime l’insegnamento impartito nell’Istituto Benjamenta e da lui descritto nello Jacob von Gunten: l’ideale del non essere niente, del non avere personalità, del servire. Nega ogni scambio tra la sua personalità e il mondo intorno.

 

Una cosa so di certo – dice Jacob von Gunten- Nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla

 

Anche nei microgrammi Walser ribadisce il desiderio di non aver niente a che fare con il mondo: anche qui la possibilità dell’interazione si nega. È vero: in essi l’Eigenart di Walser, la sua peculiarità, si fa invece prepotente, e la stessa piccolezza della scrittura ci parla secondo le parole di Max Pulver, di un ‘orgoglio luciferino’. Eppure tra il desiderio di “non essere niente” e il desiderio di “essere tutto” la differenza è minima, come tra tutti gli opposti. E nelle conversazioni tra Walser e Seelig durante le loro passeggiate domenicali sull’Appenzell quando era già ricoverato ad Herisau, l’orgoglio di Walser, attraverso i giudizi sprezzanti sul mondo letterario a lui contemporaneo, si esprime appieno.

Con tutte e due le sue grafie, quindi, Walser nega il mondo e si nega al mondo: rifiuta di mettersi in gioco come individuo e ostenta l’ubbodienza alle regole quando utilizza il modello calligrafico, rifiuta la comunicazione e ribadisce la sua estraneità quando utilizza i microgrammi.

Due percorsi diversi ma complementari: adattamento forzato e disadattamento spontaneo alleati nel generare la prosa ironica e scintillante di Robert Walser.