Autore: Anna Fattori

Il rapporto tra grafologia e letteratura può essere studiato da diverse angolazioni. Una è quella intratestuale e motivistica a partire dalla quale si cerca di individuare se la grafologia sia oggetto della letteratura, ovvero se e in che misura osservazioni a carattere grafologico abbiano un ruolo nell’opera letteraria.

La seconda prospettiva è extratestuale e riguarda la relazione che lo scrivente-scrittore instaura con il testo manoscritto nonché la funzione che la grafia stessa assume nel corso della stesura dell’opera. E’ noto infatti che taluni artisti della parola tendono ad usare grafie singolari, ad es. pressoché incomprensibili – Thomas Mann in alcune fasi creative -, oppure microscopiche, o ancora redatte a matita, o più spesso entrambe le cose insieme (sorelle Brontë, Robert Walser, Joseph Roth). Come alcuni letterati affermano, la grafia ed il mezzo usato incidono sensibilmente sulla qualità della scrittura nell’accezione metaforica del termine, ossia sulla riuscita dell’opera stessa. In proposito lo svizzero Robert Walser scrive: “Mi sembrava […] di poter lavorare con la matita in modo più sognante, tranquillo, sereno, raccolto” [i]. La grafia non è intesa semplicemente come un mezzo per fissare il pensiero, ma come un elemento determinante per la creatività, come spunto per l’ispirazione.

Infine, si può studiare l’interesse che lo scrittore stesso nutre nei confronti della scienza grafologica. E’ qui opportuno ricordare che Johann Wolfgang v. Goethe è annoverato nei manuali tra i precursori della grafologia, o quanto meno tra quei “geniali dilettanti” [ii] – insieme a colleghi come Edgar Allan Poe, Robert Browning, Walter Scott, Charles Baudelaire ed altri ancora – ai quali la moderna grafologia deve sicuramente una parte della sua popolarità, al prezzo tuttavia di una spiccata volgarizzazione ed assimilazione alla fisiognomica – un ruolo fondamentale ebbero in questo i Frammenti fisiognomici (1775-8) del teologo e scrittore elvetico Johann Kaspar Lavater – o addirittura all’occultismo.

A questi tre diversi campi di interesse – che naturalmente si intersecheranno e si combineranno -, e ad altri ancora che si profileranno nel corso degli studi, la rivista Il giardino di Adone  dedicherà a partire dal prossimo numero una sezione specifica dal titolo ‘Grafologia e letteratura’.  Non si intenderà qui scandagliare la grafia degli  autori in questione per proporne un’immagine da confrontare con quella ‘canonica’ fornita dalla critica letteraria. Oggetto, strumenti e fini della scienza grafologica e di quella letteraria sono profondamente diversi. Per citare solo le due discriminanti più evidenti, la grafologia si sofferma esclusivamente sulla forma – grafica - di un testo manoscritto, mentre la critica letteraria esamina la peculiare interazione tra forma – stile, struttura – e contenuto del testo stampato; inoltre, l’attenzione pressoché esclusiva del grafologo per la personalità dello scrivente non può essere condivisa, per la diversa natura della disciplina, dal critico letterario.

Nella nuova sezione non verranno dunque proposte perizie grafologiche di scrittori illustri, bensì verranno individuati i molteplici fili che collegano la scrittura nel senso di ‘grafia’ alla scrittura intesa come attività letteraria.

Proprio la prima delle aree di interesse sopra delineate, ossia la grafia come oggetto dell’opera letteraria, si rivelerà particolarmente feconda. Sebbene la grafologia come disciplina scientifica sia stata solo recentemente istituzionalizzata, almeno sin dal XVII secolo alcuni scrittori, rendendosi conto che anche la grafia, come l’espressione del volto ed il modo di parlare, può considerarsi elemento caratterizzante di una figura, non esitano ad immaginare “scritture ‘corrette’ per i loro personaggi” [iii]. Il fascino che la grafia assume agli occhi dello scrittore deriva dal fatto di esprimere in maniera allusiva, umbratile  e al tempo stesso inequivocabile l’essenza della persona. La scrittura ‘parla’ al posto del personaggio e ‘parla’ del personaggio stesso, rivelandone il conscio e anche l’inconscio. In tal senso, l’osservazione grafologica diventa un importante mezzo per esprimere l’interiorità della figura, analogamente a tecniche come discorso vissuto e monologo interiore che solo alla fine del XIX secolo si affermano massicciamente e che precedentemente erano usate – per svariate ragioni che in questa sede non possono essere esposte – sporadicamente e con estrema cautela.

Nel testo letterario considerazioni a carattere grafologico hanno effettivamente una funzione paragonabile alla gestualità e alla fisiognomica, configurandosi però rispetto ad esse come uno strumento espressivo più recondito, raffinato e cerebrale. Riferimenti alla scrittura compaiono di solito – a prescindere dal giallo, genere in cui l’osservazione grafologica non è da intendersi come mezzo espressivo, bensì come mera prova per individuare o smascherare il colpevole - in racconti e romanzi fortemente introspettivi caratterizzati da una struttura ‘scenica’ – la vicenda procede cioè come per quadri – e soprattutto da un ritmo narrativo ‘lento’ e povero di accadimenti esterni.

Decisivo è il ruolo che l’osservazione grafologica ha nell’andamento della trama delle Affinità elettive (1809) di Goethe, in cui, dopo vari indizi premonitori,  il primo segnale – ne seguiranno poi molti altri – esplicito e veramente significativo dell’affinità interiore tra Ottilia ed Eduardo è dato proprio dalla affinità grafologica: Ottilia, cui è stato affidato il compito di trascrivere dei documenti stilati dall’amico, si accinge ad eseguire l’incarico usando una grafia inizialmente  attenta ma impersonale, che però a poco a poco si fa “più rapida e sciolta” [iv] ed assomiglia sempre di più a quella di Eduardo il quale, osservando le ultime pagine scritte dalla giovane, esclama: “‘Santo cielo’ […] ‘Ma cos’è, questa è la mia scrittura! […] i fogli, in fondo specialmente, era come li avesse scritti lui. Ottilia taceva, ma lo fissava negli occhi, piena di gioia. Eduardo alzò le braccia: ‘Tu mi ami!’ proruppe, ‘Tu mi ami, Ottilia!’. E s’abbracciarono. Chi fosse il primo a cingere l’altro, non si sarebbe potuto dirlo” [v]. Goethe, che già da tempo andava riflettendo sulle caratteristiche individuali della grafia, fa proprio dell’osservazione della scrittura il mezzo principe per rivelare al lettore la piena sintonia tra i due personaggi. Nelle Affinità elettive dettagli riguardanti la fluidità nonché la velocità della grafia si rilevano invero molto prima che compaia sulla scena Ottilia. Nel secondo capitolo si legge infatti che la razionalissima e riflessiva Carlotta, moglie di Eduardo, laddove aggiunge ad una lettera diretta al Capitano (amico del marito) un poscritto per esortarlo a venire al  castello, stila le righe “con penna sciolta, in modo piacevole e cortese, però con una certa furia, che non aveva di solito; e – ciò che non le capitava spesso – finì per fare sul foglio una macchia d’inchiostro, che la rese rabbiosa, e che, mentre cercava di cancellarla, divenne invece più grande” [vi]. Questa macchia, lungi dall’essere un segno dell’impazienza con cui il Capitano è atteso – come a Edoardo piace interpretarla –, è invece una sorta di rispecchiamento grafologico della premonizione del dramma da parte della settecentesca ed equilibrata Carlotta.

Altra opera letteraria in cui la grafia è usata per esprimere il turbamento  interiore è la novella di E. T. A. Hoffmann Il vaso d’oro (1814), in cui la scrittura pulita, chiara ed attenta del protagonista Anselmo, vero appassionato di calligrafia e di strumenti per scrivere, si fa piatta e goffa (“[m]ancava ogni profondità del tratto, la pressione era sbagliata, non c’era proporzione tra le maiuscole e le minuscole, un raspaticco da scolaretto rovinava spesso la riga abbastanza ben riuscita”)[vii] laddove egli pensa a Serpentina, figura femminile che sta per la tentazione erotica e per la creatività artistica contrapposte alle rassicuranti qualità della borghese Veronica.

Nel notissimo romanzo I Buddenbrook (1901) di Thomas Mann si accenna ad una sorta di grafologia familiare che ha il fine di far percepire al lettore l’estraneità di taluni personaggi all’ethos della stirpe. Di Gotthold si legge che “[p]ersino la scrittura pareva rivelasse la ribellione e l’apostasia, poiché, mentre di solito le righe dei Buddenbrook attraversavano il foglio minute, leggere e oblique, quelle lettere erano invece alte, verticali e fortemente calcate; molte parole erano sottolineate con un frego rapido e curvo” [viii]. Il calibro della grafia ‘di famiglia’ viene ribadito nel brano relativo appunto al libro di famiglia in cui si accenna alla scrittura “minuta e frettolosa” [ix] di  Thomas, grafia che non trova alcun seguito nel figlio Hanno, giovane e fragile rampollo dalle propensioni musicali che vuole come porre fine alla dinastia dei Buddenbrook tracciando “con la penna d’oro […] due belle righe parallele attraverso tutto il foglio” [x].

 

Oltre agli autori appena indicati, vari altri scrittori inseriscono considerazioni grafologiche per alludere alla costituzione psichica dei personaggi. Tra coloro particolarmente degni di nota si possono menzionare Otto Ludwig, Wilkie Collins (precursore del giallo moderno), Lev Tolstoj, Antonio Fogazzaro, Robert Walser, il fine umorista Pelham G. Wodehouse, Saverio Strati. Talora lapidarie considerazioni sul carattere nazionale della grafia sono sufficienti per illuminare un personaggio, come ad es. nel romanzo dell’irlandese Iris Murdoch A Severed Head (1961), in cui il marchio di “Teutonic hand-writing” [xi] dà il tocco finale di rigore, freddezza ed (apparente) imperturbabilità all’enigmatica Honor Klein.

E’ già stato molto opportunamente osservato che lo svizzero Robert Walser nel romanzo L’assistente (1908) si serve dell’osservazione grafologica per contrapporre all’ingegnere Tobler il capitalista che di quest’ultimo dovrebbe finanziare i singolari   progetti [xii]. L’autore elvetico è estremamente recettivo alle peculiarità individuali della grafia, come risulta da numerosi brani della sua produzione: „la sua grafia indicava una leggiadra stupidità“ [xiii]; “[…] aveva una grafia pulita, graziosa, agile e manifestava particolare piacere nel disegnare le lettere dell’alfabeto” [xiv]; “’La Sua grafia fornisce indicazioni precisissime in merito al Suo modo di essere’” [xv]. Walser è degno di nota anche in riferimento alla seconda area di interesse sopra delineata, lasciandosi egli influenzare ed ispirare della propria lillipuziana grafia – negli ultimi anni di produttività usa una scrittura di  calibro inferiore ad un millimetro redatta a matita su fogli riciclati – nel corso delle stesura dell’opera [xvi].

 

Un posto a sé merita in questa sintetica rassegna, che intende presentare alcune delle problematiche che verranno trattate nella nuova sezione, lo scrittore Sandro Veronesi – nipote di Girolamo Moretti [xvii] – che incentra il romanzo Gli sfiorati (1990)[xviii] sulla figura di un appassionato grafologo, Mete, portato a crearsi un’immagine delle persone che incontra osservandone acribicamente e professionalmente la scrittura. In tal modo, i vari personaggi del romanzo vengono caratterizzati facendo uso di una terminologia inequivocabilmente morettina (si legge di angoli A, apertura a capo ‘o’ e ‘a’, intozzata I e II modo ecc.) e giudicati dal protagonista – prima ancora di essere effettivamente conosciuti – esclusivamente a partire dalla grafia. Persino delle potenziali partner erotiche Mete ricorda in primis la scrittura e solo in un secondo tempo “anche particolari fuori dalla portata della grafologia, come le unghie laccate di rosa carnicino, e un corpetto dello stesso colore pazzo di bottoni, i capelli lanciati di lato dalla messa in piega” [xix]. Il romanzo è intriso di grafologia: Mete ritiene di aver scoperto un nuovo segno, quello della ‘Schiumevolezza’ che indicherebbe un insieme di incostanza, volubilità, irresponsabilità, leggerezza e simili, o meglio un “continuo schiumare in forme e comportamenti sempre diversi, che gli studiosi del caos chiamano, non a caso, dissipativi” [xx]. Del padre del protagonista si apprende che ha una grafia contrassegnata da una “micidiale combinazione ‘intenerimento sessuale’ e ‘materialità’” [xxi]. A Mete ogni missiva, qualsiasi scritto parla “due volte, con le parole così com’erano e con la grafia che le aveva marcate” [xxii].

Sebbene molto raramente espliciti come nel romanzo di Veronesi, che propone talora vere e proprie perizie, i riferimenti letterari all’osservazione grafologica costituiscono und stimolante area di indagine sinora decisamente trascurata sia dalla critica letteraria che dalla grafologia.
 

 

[i] R. Walser, Schizzo a matita, in R. W., Das Gesamtwerk in 12 Bänden, a cura di J. Greven, Frankfurt a. Main, Suhrkamp, 1978, vol. XI, p. 123. Se non diversamente indicato, le traduzioni delle citazioni in tedesco sono mie.

[ii] R. Saudek, Psicologia della scrittura, trad. it. di E. Settembrini e G.B. Chiari, Padova, Edizioni Messaggero Padova, 1982 (ed. orig. inglese 1925), p. 11.

[iii] P. Urbani, Manuale di grafologia, Roma, Tascabili Economici Newton, 1997, p. 13.

[iv] J. W. v. Goethe, Le affinità elettive, trad. it. di G. Cusatelli, Milano, Garzanti, 1975, p. 95.

[v] Ibidem

[vi] Ivi, p. 19

[vii] E. T. A. Hoffmann, Il vaso d’oro, in E. T. A. H., Il vaso d’oro e altri racconti, trad. it. di E. Pocar, Milano, Garzanti, 1992, p. 134.

[viii] T. Mann, I Buddenbrook, trad. it. di E. Pocar, Milano, Mondadori, 1975, p. 27.

[ix] Ivi, p. 335.

[x] Ibidem.

[xi] I. Murdoch, A Severed Head, London, Vintage, 2001, p. 195.

[xii] Cfr. P. Urbani, Manuale di grafologia, cit., p. 13.

[xiii] R. Walser, Erich, in R.W., Das Gesamtwerk, cit., vol. III, p. 372.

[xiv]  R. Walser, Il giovane poeta, in R.W., Das Gesamtwerk, cit., vol. VIII, pp. 267-268.

[xv] R. Walser, La rovina, in R.W., Das Gesamtwerk, cit., vol. X, p. 372.

[xvi] In merito si può vedere A. Fattori, “I 'microgrammi' di Robert Walser”, in Scrittura, n. 85, gennaio-marzo 1993, pp. 27-36.

[xvii] Cfr. L. Banchi, Recensione a S. Veronesi, Gli sfiorati, in Attualità Grafologica, 37, anno IX, 1990, pp. 28-29.

[xviii] S. Veronesi, Gli sfiorati, Milano, Mondadori, 1990.

[xix] Ivi, p. 198.

[xx] Ivi, p. 154.

[xxi] Ivi, p. 91

[xxii] Ibidem.