Autore: Renata Procacci

Nel mito che ci accingiamo a esporre la figura di Dirce gioca un ruolo importante, anche se non il principale. Essa colpisce l’immaginazione: quantunque sia descritta come una donna odiosa e crudele, difficilmente la si dimentica. Il drammaturgo ateniese Euripide (1) narrò la vicenda in una tragedia, Antiope, di cui ci restano frammenti. Autori successivi - Apollodoro, Pausania, Igino - riferiscono succintamente il mito, con qualche variante di poco conto.
Antiope, la giovane e bellissima figlia di Nitteo, re di Tebe, è promessa in sposa allo zio Lico (2). Appassionata di cavalcate e di cacce, si reca un giorno sul Citerone, il monte vicino a Tebe. Era questa una montagna sacra, consacrata al culto delle maggiori divinità dell’Olimpo greco: Zeus, Era, Dioniso, Ares. Sorpresa da un temporale, Antiope si trova separata dal suo seguito e si rifugia in una grotta; qui, mentre dorme, le si avvicina un satiro, un essere soprannaturale metà uomo e metà capra, selvaggio abitante dei monti e delle foreste, sotto le cui spoglie si nasconde in realtà Zeus, il re degli dèi. Egli la possiede amorosamente e la rende incinta. Alcuni mesi più tardi, non potendo più nascondere la sua gravidanza, Antiope fugge da Tebe per sottrarsi alle ire del padre e dello zio i quali non vogliono credere alla natura divina del suo amante. Lico sposa un’altra donna, Dirce, figlia del tebano Ismeno. Antiope vaga attraverso il Citerone e i suoi dintorni finchè giunge nella città di Sicione dove chiede ospitalità al re Epopeo. Quest’ultimo si innamora della fanciulla: in lui Antiope trova un marito e un difensore. Nitteo, che invano ha preteso la restituzione della figlia, muore di lì a poco ma, nel trasmettere il trono di Tebe al fratello Lico, gli fa giurare che vendicherà l’oltraggio. Lico muove guerra a Epopeo, lo uccide, conquista Sicione e conduce via la nipote in catene.
Antiope, costretta a tornare prigioniera in patria, attraversa nuovamente il Citerone alla volta di Tebe. Il momento del parto si avvicina; le viene concesso di ritirarsi in una grotta dove essa dà alla luce due gemelli maschi. Subito dopo i bambini vengono abbandonati per ordine di Lico. La madre in lacrime ha appena il tempo di affidarli a un mandriano, intento a far pascolare le sue bestie, prima di essere tratta via a forza. Ma un prodigio segnala che Zeus non abbandona i suoi figli: davanti alla grotta zampilla improvvisamente una fonte d’acqua cristallina dove il mandriano, secondo l’uso rituale, laverà i due neonati prima di prenderli con sé; egli li alleverà, imponendo loro i nomi di Amfione e Zeto. Antiope frattanto conduce una triste esistenza a Tebe dove Lico, riducendola alla condizione di schiava, l’ha assegnata al servizio di sua moglie, “l’imperiosa” Dirce. Quest’ultima, però, teme che l’amore di Lico per la nipote non sia del tutto spento e ordina che Antiope venga rinchiusa in un carcere sotterraneo.
Trascorrono gli anni. I figli di Antiope sono cresciuti ma il mandriano non ha mai svelato ai due giovani la loro vera origine: l’uomo teme il castigo di Lico poiché quest’ultimo è suo padrone (le mandrie e le greggi che pascolano sulla montagna sono di proprietà dei re di Tebe). Amfione mostra tendenze artistiche, è abilissimo nel suonare la lira, un’arte che gli è stata insegnata dal dio Ermes, e nell’accompagnarsi col canto. Zeto invece è uno “sportivo”, un forte e instancabile cacciatore. Un giorno essi si imbattono in una donna pallida e scarmigliata, ancora bella ma esausta per l’ansia e la fatica: è Antiope che, evasa dal suo carcere, ha cercato ancora una volta rifugio sul Citerone. Per fuggire ha approfittato di un’assenza di Dirce (recatasi anch’essa sul monte, alla testa delle donne tebane, per celebrare i riti in onore di Dioniso). Antiope incontra i suoi figli davanti alla grotta dov’essa, vent’anni prima, li aveva messi al mondo; li riconosce e si rivolge loro chiamandoli “figli miei”. Ma Amfione e Zeto non possono credere a quella sconosciuta dall’aria sconvolta, pensano che sia pazza. Un fragore di musiche e grida segnala l’arrivo delle donne tebane che vengono presso i mandriani per prelevare un toro da sacrificare a Dioniso. Antiope vorrebbe nascondersi nella grotta ma è troppo tardi. Dirce, scorgendo la nipote, quasi soffoca dal furore: ordina ad Amfione e Zeto di legare Antiope sotto il ventre di un toro affinchè quest’ultimo la trascini e la calpesti fino a ucciderla. I fratelli esitano, turbati dalla crudeltà dell’ordine. Dirce insiste; esige, nella sua qualità di regina, di essere obbedita. I due giovani non sanno risolversi. Spazientita, Dirce vuol fare da sé: afferra Antiope e, aiutata da alcune donne del suo seguito, la conduce verso la radura dove pascolano i tori. Nel frattempo è giunto il vecchio mandriano che aveva allevato Amfione e Zeto; egli ha assistito alla scena e svela ai gemelli che Antiope, da lui riconosciuta, è davvero la loro madre. I giovani corrono a liberarla, s’impadroniscono di Dirce e decidono di infliggere a quest’ultima lo stesso supplizio che essa riservava ad Antiope. Per “l’imperiosa” è il momento della resa dei conti ed è un momento terribile. Dirce si getta ai piedi dei due giovani, atterrita e piangente; per la prima volta in vita sua si fa umile, invoca perdono, supplica che le sia risparmiata la vita. Tutto è inutile. Antiope e il più mite Amfione forse perdonerebbero ma non perdona l’aspro e risoluto Zeto. Afferrata dalle robuste braccia di costui, trascinata per i capelli, Dirce viene legata sotto il ventre del toro più focoso della mandria e quindi abbandonata al suo destino. L’animale, imbizzarito, galoppa attraverso balze, boschi e dirupi; infine, essendosi allentate a poco a poco le corde, riesce a scrollare via il suo fardello con una sgroppata. Il corpo di Dirce - ormai privo di vita, sanguinante e straziato - rotola in una fonte che da allora porterà il nome della regina, a ricordo del suo supplizio.
In seguito, con l’aiuto del vecchio mandriano, Amfione e Zeto attirano Lico sul monte e lo ucciderebbero se non intervenisse Ermes, il messaggero degli dèi, che reca gli ordini di Zeus, padre dei due gemelli: la signoria su Tebe spetta a questi ultimi, Lico dovrà cederla loro e in cambio avrà salva la vita. Così avviene. Secondo una tradizione riferita da Pausania, Antiope avrebbe poi terminato serenamente i suoi giorni come sposa di Foco, re della regione della Focide.
Antiope e Dirce abbandonano entrambe la reggia e la città; entrambe si avventurano sul Citerone e vi incontrano un ambiente primordiale. Qui gli animali si aggirano in libertà, sorgenti d’acqua pura scaturiscono prodigiosamente dal grembo della Madre Terra; qui gli dèi scendono dall’Olimpo per istruire gli uomini nelle arti e per amare le donne mortali. Sul Citerone Antiope trova prima l’amore, poi la salvezza; i suoi figli vi nascono e crescono. Il monte accoglie in sé l’eroina e le sue creature come in un manto protettivo. Dirce invece va incontro alla morte. È lecito chiedersi il motivo di due esiti così diversi. Esso va cercato, con tutta probabilità, negli opposti caratteri delle due donne.
Antiope è dapprima una fanciulla così bella e affascinante da suscitare amore perfino nel re degli dèi, in seguito sarà una sposa e una madre amorevole. Anche il suo abbandonarsi all’abbraccio del satiro, sotto le cui spoglie si cela Zeus, viene narrato senza riprovazione poiché si tratta del naturale risveglio della sessualità in una giovane donna. Sia rivolta al partner di un incontro giovanile (esaltante ancorché breve), a uno sposo o ai suoi figli, l’affettività di Antiope è tenera e appassionata, assolutamente genuina e priva di secondi fini. Antiope vive “secondo natura” e per questo è in grado di instaurare con essa un’armoniosa simbiosi.
Dirce viene definita dagli autori greci “imperiosa”: atta al comando, cioè, e dotata di un’indole aspra e superba. Amò il marito? Ne fu amata? Gli diede dei figli? Le fonti letterarie che ci son rimaste non lo dicono. Ma dicono che questa donna, discendente di una nobile e potente stirpe, non era fatta per accontentarsi delle gioie della famiglia: il titolo onorifico di regina non le bastava, volle esercitare di fatto il potere e tenne in pugno Lico e l’intera Tebe; oggi la definiremmo una “donna in carriera”. Tuttavia essa è ossessionata dal timore che il re torni ad amare l’ex-fidanzata: ciò potrebbe significare per lei il ripudio e per Antiope la riconquista del trono. Forse la regina ha sorpreso un barlume di pietà o di rimpianto negli sguardi che Lico rivolge talvolta all’infelice prigioniera. Antiope in verità non fa nulla per attrarlo - tutti i suoi pensieri sono rivolti ai suoi due bimbi perduti - ma la sua stessa sventura, il suo dolore raccolto e silenzioso, le lacrime che talvolta le inumidiscono i begli occhi, rendendoli ancor più lucenti, la fanno apparire tanto più desiderabile. Sarebbe pericoloso lasciarla in circolazione… Dirce la fa rinchiudere in un carcere, sperando che la ragazza vi muoia o che Lico col tempo si dimentichi di lei. Il marito non osa opporsi alla sua decisione.
Entrando, col matrimonio, nella famiglia reale tebana, Dirce è diventata una zia acquisita di Antiope, una sorta di vicemadre (3). In realtà deve avere più o meno la stessa età di Antiope poiché le donne greche, fino al periodo classico incluso, si sposavano giovanissime: questo particolare ci fa comprendere meglio perché Dirce veda istintivamente in Antiope una rivale. Il suo odio va oltre la presunta rivalità per il trono di Tebe: è l’aggressione viscerale di una donna contro un’altra, più bella, più affascinante, che Dirce involontariamente ammira e furiosamente detesta. Malgrado tutto il suo potere, malgrado sia una regina di fronte a una schiava, Dirce avverte in sé la mancanza di qualcosa che l’altra possiede. Un dio ha tenuto Antiope fra le braccia, un re - Epopeo - ha dato, senza rimpianti, la vita per lei; Lico stesso l’avrebbe voluta, il matrimonio con Dirce è stato un ripiego… “L’imperiosa” non lo dimentica e il suo orgoglio ferito la porta a odiare colei che le fa ombra.
Un giorno la regina sale sul Citerone, alla testa delle sue suddite, per onorare Dioniso; ma, scoprendo la fuga di Antiope, dimentica ogni altra cosa e coglie al volo l’occasione per liberarsi di lei. Il toro promesso in sacrificio al dio dovrà trasformarsi in uno strumento di assassinio. Euripide definisce Dirce, per bocca del vecchio mandriano, una “perfida”. Non a torto! Essa pregusta il momento in cui quel bel corpo verrà dilaniato e sfigurato dalle corna e dagli zoccoli del toro: pensa che, distruggendo Antiope, potrà finalmente cancellare la sensazione della propria inferiorità.
Quel che Dirce non immagina è che i suoi propositi le si ritorceranno contro. Il suo ambito era la reggia, dove essa impartiva ordini prontamente eseguiti e non doveva rendere conto ad alcuno. Ma la montagna primordiale non l’accoglie in sé, nella sua natura intatta e numinosa, perché Dirce ha snaturato la propria indole di donna, si è fatta portatrice di pulsioni di morte anziché donatrice di vita. Uomini e dèi la contemplano con orrore. Avventurandosi in un mondo al quale è estranea, e pretendendo di imporgli le proprie regole e i propri voleri, “l’imperiosa” ne viene respinta e distrutta.

I moderni studiosi di miti ci spiegano che dietro questa vicenda si nasconde una concezione cosmogonica. Antiope, il cui nome significa “dal volto pieno”, fu in origine uno dei molti nomi della luna, venerata dai greci come una divinità: le sue continue peregrinazioni lungo le giogaie e le vette del Citerone alludono al cammino dell’astro notturno. Suo padre Nitteo, “il notturno”, simboleggia la tenebra da cui la luna sorge. Lico, fratello di Nitteo, è “il lupo”, l’animale temuto e odiato da mandriani e pastori, che approfitta della tenebra per predare. Nelle concezioni religiose di numerosi popoli - dall’Asia alla Polinesia, all’antica Scandinavia - la luna, durante il suo quotidiano viaggio cosmico, è inseguita da un gigantesco lupo che, una volta al mese, la raggiunge e la divora: sopraggiunge allora il periodo del novilunio durante il quale la luna è assente dal cielo e in attesa di rigenerarsi, recuperando la forza necessaria per liberarsi dal ventre del mostro, cioè dagli Inferi. È possibile che vi sia una credenza del genere all’origine della persecuzione di Antiope da parte di Lico, del suo imprigionamento e della sua successiva liberazione. Ma nella fase in cui dimora nel mondo sotterraneo, ed è invisibile ad occhio umano, la luna stessa è percepita come una divinità inquietante e pericolosa: è la luna “nera”, portatrice di morte, incarnata nel nostro racconto dalla crudele Dirce (4) - mentre Antiope ne personifica l’aspetto luminoso e benefico.
Dalle nozze della luna con Zeus, dio della volta celeste, nascono Amfione e Zeto che si identificano con le due stelle più luminose della costellazione dei Gemelli. Epopeo, “colui che guarda dall’alto”, era in origine un appellativo dello stesso Zeus. Nel periodo più antico il dio veniva spesso rappresentato da scultori, incisori e pittori, sotto le sembianze di un toro, animale a lui sacro: pertanto le scene dove si vedeva un toro copulare con una figura femminile giacente sotto di lui - qualunque fosse il nome con cui essa veniva designata: Antiope o Dirce o altri ancora - alludevano originariamente al connubio di Zeus con la dea Luna.
Ancor più di questo sfondo cosmogonico interessano però le valenze che i greci diedero al mito in epoca successiva, quando esso fu laicizzato e “romanzato”. I personaggi principali divennero uomini e donne; poeti e mitografi li mostrarono alle prese con passioni e problematiche del tutto umane (malgrado gli interventi di alcune divinità). L’eterno contrasto cosmico tra i due aspetti della dea Luna si trasformò in una suggestiva riflessione sulle diverse possibilità dell’animo femminile.

Note

(1) V-IV sec. a.C.
(2) Durante l’età minoico-micenea, vigeva nelle dinastie reali greche l’usanza (attestata da diversi miti) che un monarca, qualora non avesse avuto figli maschi, facesse sposare ad uno dei suoi fratelli - il quale diveniva ipso facto erede al trono – la propria figlia primogenita.
(3) Sotto il profilo letterario Dirce rappresenta un archetipo del personaggio della matrigna cattiva, così popolare e diffuso, più tardi, nella favolistica europea.
(4) Il nome di Dirce, “la duplice”, allude ai due corni della luna nelle sue due fasi: crescente e calante.